Zoonosi inverse: quando la minaccia viene dall’uomo

Coronavirus

La pandemia Covid-19 ha acceso i riflettori sul problema delle zoonosi, le malattie trasmesse dagli animali all’essere umano. Ma esistono anche le zoonosi inverse, e pare che siano in aumento. Si verificano quando gli uomini trasmettono agenti patogeni agli animali. Il loro numero, così come quello delle zoonosi tradizionali, è destinato a crescere. A meno di non correre seriamente ai ripari, intensificando le ricerche nel campo e adottando un approccio One Health, che riconosca l’interdipendenza tra la salute e benessere di persone e animali.

Pipistrelli, serpenti, pangolini: ai tempi del Covid-19 anche i non scienziati hanno imparato che questi e altri animali selvatici possono essere serbatoi di virus e batteri potenzialmente trasmissibili all’essere umano. Così, negli ultimi mesi, la nostra specie ha fatto i conti con un patogeno sconosciuto che ha già infettato più di 3 milioni di persone in tutto il mondo. Subito è partita la caccia all’ospite naturale del virus, con lo scopo di ricostruire il salto di specie che ha portato Sars-Cov-2 a infettare l’uomo. Un rompicapo ancora senza soluzione, che sta tenendo col fiato sospeso la comunità scientifica e non solo.

Ma lasciamo da parte questa storia, per raccontarne un’altra meno nota ma non meno importante. Nessun mistero sull’identità dell’untore: si tratta di un bipede intelligente e senza pelliccia, che vive in società e veste i nostri panni. Proprio così, anche l’Homo sapiens è portatore di virus o batteri che possono infettare altre specie. E stare dall’altro lato della barricata non ci salverà.

Cosa sono le zoonosi inverse?

Le infezioni trasmesse dagli animali all’uomo si chiamano zoonosi. Covid-19 è solo l’ultima di una lunga serie, che comprende anche malattie “storiche” come l’influenza, il raffreddore, la difterite, il morbillo, il vaiolo e più recentemente l’HIV.

Ma anche gli uomini possono trasmettere malattie infettive agli altri esseri viventi. In questo caso, si parla di “zoonosi inverse” o “antroponosi”. La maggior parte della letteratura sulle malattie zoonotiche riguarda quelle trasmesse dagli animali all’uomo; ma negli ultimi anni, sta crescendo anche il numero di studi che riportano casi di zoonosi inverse. L’interesse per questo tipo di malattie è comunque recente. I primi studi sulle dermatofite, un tipo di funghi che causano infezioni della pelle e delle narici, risalgono al 1988.

Chi è a rischio?

Circa il 61,6% dei patogeni che infettano l’essere umano sono “multi-specie”. In altre parole, più della metà è in grado di infettare anche specie diverse dall’Homo sapiens. Si tratta di batteri (Staphylococcus aureus, Mycobacterium tuberculosis), virus (H1N1 influenza) o parassiti (Giardia duodenalis e Cryptosporidium parvum). La trasmissione uomo-animale, ad esempio, potrebbe essere alla base di una parte di molte malattie che colpiscono il bestiame: il 77,7% dei patogeni che infettano gli animali d’allevamento, infatti, sono multi-specie e lo stretto contatti con gli esseri umani è una potenziale fonte di contagio.

Percentuale che sale addirittura al 90% nel caso dei carnivori domestici. Nel corso degli anni sono stati riportati casi di malattie trasmesse dai loro padroni a cani, gatti, furetti e altri animali che vivono in casa con noi. Nel 2004 è stato segnalato un caso di tuberculosi in uno Yorkshire terrier di 3 anni: il cagnolino era stato portato in ospedale con tosse persistente, vomito e anoressia. Nel 2009 l’influenza suina di tipo AH1N1, la prima pandemia del XXI secolo, ha fatto registrare più di un milione di contagi tra gli esseri umani e almeno 15 casi tra cani e gatti.

Ma la maggior parte della letteratura sulle antroponosi riguarda gli animali selvatici. Tra questi purtroppo figurano anche numerose specie a rischio di estinzione. Uno studio del 2018, ad esempio, ha scoperto la presenza di patogeni umani del genere salmonella e campylobacter nelle popolazioni di uccelli marini del continente antartico. Addirittura, i ceppi di campylobacter erano resistenti ai più comuni antibiotici: una minaccia per le specie polari, che potrebbero rischiare l’estinzione.

Un capitolo a parte è costituito da scimpanzé e gorilla, che sono forse gli animali più suscettibili ai patogeni umani, a causa della loro somiglianza genetica e fisiologica con la nostra specie. Possono prendere il morbillo, l’influenza, la polmonite e una varietà di virus, batteri e parassiti che colpiscono anche l’uomo. Nel 2009, a Chicago, uno studio riporta il contagio di 7 scimpanzé con il metapneumovirus, che infetta le vie aeree inferiori: i responsabili dell’epidemia erano dipendenti dello zoo, addetti alla cura degli animali.

Covid-19, l’uomo può contagiare altri animali

I grandi primati sono a rischio anche per quanto riguarda la recente pandemia Covid-19. Gorilla e scimpanzé possiedono infatti gli stessi recettori che il coronavirus Sars-Cov-2 usa per infettare le cellule umane. Il contagio potrebbe rappresentare il colpo di grazia per le popolazioni di scimmie antropomorfe già ridotte o a rischio di estinzione. Molte vivono all’interno di riserve naturali, parchi o zoo, che sono dunque corsi ai ripari, chiudendo al pubblico e riducendo al minimo i contatti tra gli esseri umani e gli animali. Massima cautela anche con i programmi di reintroduzione e con la ricerca. A farne le spese non sono soltanto gli animali: per molti paesi, come l’Uganda e il Ruanda, la chiusura dei parchi costituisce una perdita importante per l’economia e il settore turistico.

Non solo i primati, comunque, sono suscettibili all’infezione da Sars-Cov-2. Sono stati confermati anche contagi di cani e gatti, e persino una tigre nello zoo del Bronx di New York è risultata positiva al virus dopo aver sviluppato una tosse secca e perdita di appetito.

Un numero destinato a crescere?

Virus e batteri sono sempre stati in grado di saltare dagli animali agli esseri umani e viceversa. Ma adesso, i casi di “spillover” sembrano destinati ad aumentare. Aumentano infatti i contatti tra uomini e animali selvatici a causa dei cambiamenti climatici, della distruzione degli habitat, della deforestazione o della desertificazione. Rappresentano potenziali fonti di contagio anche l’industria di produzione dei beni animali, il turismo nei parchi naturali e soprattutto la facilità con cui ormai ci spostiamo da un capo all’altro del pianeta.

Covid-19 e le altre malattie zoonotiche ci ricordano che alterare gli equilibri degli ecosistemi può avere effetti distruttivi sull’essere umano stesso. Occorre dunque intensificare le ricerche in questo campo, soprattutto quello meno conosciuto delle antroponosi. Gli studiosi raccomandano un approccio multidisciplinare alla sorveglianza delle patologie emergenti non solo per l’uomo ma anche per le specie selvatiche.

Erika Salvatori

Fonti:

PLoS One

American Journal of Primatology

Nature

Coronavirus, COVID-2019, Takis, virus, Sars-Cov-2, Zoonosi inverse

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