Covid-2019, l'effetto boomerang degli anticorpi

Coronavirus

Chi è stato precedentemente esposto ad altri coronavirus potrebbe avere una maggiore probabilità di sviluppare la malattia in forma grave. La causa sono degli anticorpi "boomerang" che anziché neutralizzare il virus lo aiuterebbero a infettare altre cellule. 

L’epidemia da Covid-2019 ha superato da tempo i confini della Cina, contagiando oltre 5000 persone in più di 40 paesi. L’Italia è il terzo paese al mondo per numero di infetti, e anche i decessi continuano ad aumentare, in particolare tra persone anziane e con quadro clinico già compromesso. È ancora presto per tirare le somme, ma i primi numeri suggeriscono che il tasso di letalità del Coronavirus Sars-Cov-2 nel resto del mondo sia più basso che nello Hubei, epicentro dell’epidemia. Una delle spiegazioni di questa discrepanza geografica è di natura immunologica: le persone precedentemente esposte ad altri virus della famiglia dei coronavirus avrebbero una maggiore probabilità di sviluppare la malattia in forma grave. Proprio nella provincia dello Hubei, nel 2003, è iniziata l’epidemia di Sars, che potrebbe aver predisposto parte della popolazione a questa nuova polmonite.

È solo un’influenza?

Quando i primi di gennaio il nuovo Coronavirus ha iniziato a far parlare di sé, la situazione nello Hubei appariva già fuori controllo. L’epidemia si espandeva a macchia d’olio, e i pazienti più gravi manifestavano complicazioni come insufficienza renale, linfopenia, infarto del miocardio e segni di infiammazione acuta. Nel 2003 la Sars (Severe Acute respiratory Syndrome), causata dal virus Sars-Cov sempre della famiglia dei coronavirus, aveva prodotto dei quadri clinici simili, sebbene con un tasso di letalità maggiore. Il nuovo Coronavirus è meno pericoloso, ma ha una capacità infettante superiore: il contagio è stato molto più rapido e diffuso. Sulla base di queste osservazioni, l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha dichiarato l’emergenza internazionale e classificato il  rischio “molto elevato” in Cina ed “elevato” nel resto del mondo. E nonostante le misure di contenimento, ad oggi sono 46 i paesi con almeno un caso di Covid-2019. In Italia sono circa 650 i contagiati e 14 i decessi.

Numeri e tasso di letalità

Veniamo ai numeri. Al 27  febbraio i casi totali sono 82.550 e i morti 2810. Sulla base di questi dati è possibile calcolare il tasso di letalità, che è il rapporto tra il numero dei decessi e il totale dei contagiati ed è pari al 3,4%. Ma la maggior parte dei decessi si è verificata in Cina e precisamente nell’epicentro dell’epidemia, che è la provincia dello Hubei: 2641 morti su 65.596 infetti, un tasso di letalità pari a circa il 4%. Fuori dalla Cina, invece, si registrano “solo” 62 decessi su 5415 contagiati: il tasso di letalità, in questo caso, è pari all’1,1%. In Italia, con 14 vittime su 650 contagiati, il tasso di letalità è del 2,1%, ma i numeri sono ancora piccoli e hanno scarsa validità statistica. Molti casi lievi o asintomatici, inoltre, potrebbe non essere stati diagnosticati.

Ci sono varie possibili spiegazioni a questa apparente discrepanza tra la Cina e il resto del mondo. Lo Hubei è stato sorpreso dalla prima grande ondata di contagi quando ancora non era preparato ad affrontare l’epidemia, e questo potrebbe quantomeno spiegare l’aumento drammatico dei morti nel primo periodo. Un’altra interpretazione, secondo gli esperti, è che Sars-Cov-2 si stia adattando all’essere umano, diventando così meno pericoloso.

Questione di anticorpi

Una terza spiegazione riguarda un meccanismo biologico mediato dagli anticorpi, già  documentato per il virus della Sars nel 2005. Si chiama ADE (Antibody Dependent Enhancement) e dipende dalla storia immunologica del paziente. Se una persona è stata precedentemente esposta a un altro virus della famiglia dei coronavirus, potrebbe aver sviluppato degli anticorpi non neutralizzanti. In altre parole, questi anticorpi non solo sarebbero inefficaci contro il nuovo virus, ma addirittura lo aiuterebbero a infettare altre cellule dell’ospite.

I coronavirus infettano le cellule grazie a una proteina di nome spike (proteina S), che si lega a un recettore ACE-2 presente sulla superficie dell’epitelio respiratorio umano. La proteina spike di ciascun coronavirus è simile, ma non identica a tutte le altre. L’epidemia di Sars, causata da un virus della stessa famiglia di Sars-Cov-2, è iniziata proprio nello Hubei: i ricercatori ipotizzano che il contatto con il virus della Sars -  o con altri coronavirus -  avrebbe stimolato la produzione di anticorpi che riconoscono anche la proteina spike di Sars-Cov-2, ma non sono in grado di neutralizzare il virus. Al contrario, legandosi a Spike, determinano un cambiamento nella sua conformazione che aiuta il virus a infettare la cellula entrando da una sorta di "porta sul retro". Potrebbero addirittura comportarsi come dei “ponti”, che a un’estremità agganciano la cellula ospite e all’altra il virus, favorendo fisicamente l’interazione tra i due e quindi l’infezione.

Il livello di allerta resta alto

Il tasso di letalità straordinariamente elevato nello Hubei sarebbe dunque una logica conseguenza: in questa provincia potrebbero esserci più persone che in passato sono venute in contatto con il virus della Sars o con altri coronavirus. A causa della presenza di anticorpi non neutralizzanti, questi soggetti sarebbero più vulnerabili e avrebbero maggiori probabilità di sviluppare un’infiammazione acuta o altri tipi di complicazioni.

I ricercatori sanno ancora poco della patogenesi di Covid-2019- Ma se il ruolo dell’ADE fosse confermato, spiegherebbe perché la malattia che ha colpito così duramente Cina abbia un tasso di letalità 4 volte minore nel resto del mondo. Ad oggi il livello di allerta rimane alto, soprattutto perché Sars-Cov-2 è estremamente contagioso e non esistono vaccini né terapie efficaci. Ma a rischio sono principalmente i soggetti più deboli e anziani o con patologie pregresse; nell'80% dei casi il virus guarisce da solo, senza bisogno di particolari cure.

Erika Salvatori

Fonte: Microbes and Infections

 

Coronavirus, COVID-2019, Wuhan

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